Storia della Congregazione

Como, 7 aprile 1833  …. Pasqua di Resurrezione … Quel giorno, nella casetta al n° civico 447/448 del Borgo S. Vitale, due giovani ventenni, Francesca Butti e Maria Rossi iniziarono una nuova esperienza di vita.

Nella piccola casa presa a pigione, le due amiche, guidate da don Cavadini, coadiutore di Sant’Agata, si unirono ad altre compagne allo scopo di far comune la vita, il lavoro, il vitto ed istruire povere fanciulle orfane.

L’ideale perseguito più profondamente era quello di un vita comune capace di condurre al monte santo della perfezione e della santità.

In seguito per solo impulso di carità accolsero nella loro casa ragazze povere, orfane o abbandonate della città di Como.

Probabilmente le sorelle iniziarono a vivere insieme sino dal 1831, come annota il Promemoria del Principiare della Congregazione, ma solo nel 1833 questa convivenza prese una forma stabile.

Insieme a Francesca e Maria c’erano altre sei compagne, tra cui Paola Portabue,  prima guida del gruppo, che abbandonerà, però, l’esperienza dopo pochi anni.

La  Pia Opera di S. Dorotea, fondata a Calcinate dal sacerdote don Luca Passi nel 1815, fu una associazione laicale femminile, unica nel suo genere nel panorama cattolico dell’Italia pre-unitaria.

Essa si dedicava all’animazione cristiana delle fanciulle nelle parrocchie, specie delle più povere e di quelle abbandonate. Non si prefiggeva la finalità dell’istruzione, della formazione professionale e nemmeno dell’insegnamento della dottrina cristiana, demandata alle parrocchie, ma si occupò della formazione cristiana delle fanciulle del popolo, mediante un metodo educativo fondato sulla relazione personale, che il Passi chiamò “correzione fraterna”.

Le Sorvegliatrici della Pia Opera abitavano nello stesso borgo delle ragazze. Avevano così la possibilità di incontrarle spesso, di conoscerle bene e di instaurare con loro un rapporto di santa amicizia per accompagnarle nel cammino di crescita nella fede.

La Pia Opera arrivò a Como nel 1827, quando don Luca Passi predicò le Missioni in Cattedrale.

Francesca e Maria ne divennero ben presto Associate e poi Sorvegliatrici. Fu grazie a questa esperienza che si formarono ad una particolare attenzione educativa nei confronti delle ragazze più piccole e fragili.

Il borgo San Vitale era situato fuori le  mura della città di Como, in una delle zone periferiche abitate dal proletariato, da piccoli artigiani e negozianti, dove perdurava un alto tasso di analfabetismo. Tale marginalità si aggravava durante le ore notturne, quando le porte della città murata venivano chiuse impedendo a chiunque l’entrata o l’uscita.

Nel 1639 il vescovo Lazzaro Carafino aveva provveduto all’erezione di alcune parrocchie suburbane tra cui quella di S. Martino di Zezio unita a quella di S. Vitale.

Nel 1781 la parrocchia venne trasportata a S. Agata. La decisione fu presa prima di tutto perché la popolazione era talmente aumentata da non poter essere più contenuta nella vecchia chiesa di San Martino.

Le chiesette di San Vitale e di San Martino furono soppresse nel 1783.

La chiesa di S. Orsola, adiacente al monastero delle Umiliate, anch’esso soppresso nel 1783, sostituì la chiesa di San Vitale che fu completamente abbattuta intorno al 1885 per far posto alle Ferrovie Nord.

L’esperienza comunitaria di Francesca Butti e Maria Rossi ebbe inizio nelle vicinanze della chiesa di Sant’Orsola. 

Un problema particolarmente sentito in quell’epoca era quello dell’infanzia abbandonata. Le periodiche carestie, le malattie epidemiche e l’entrata massiccia delle donne nel mondo delle fabbriche, aumentarono il numero degli orfani e degli abbandonati.

La situazione era aggravata dal problema della disoccupazione e dalla crisi economica. La miseria che incombeva sulla popolazione portava a gesti disperati, quali l’esposizione degli infanti, il contrabbando, la prostituzione.

Al n. 447 di San Vitale, in breve tempo, vennero accolte altre giovani in grave stato di bisogno materiale e morale, allo scopo di recuperarle ad una vita più dignitosa. Una trentina di ragazze vivevano stabilmente nella casa; una decina vi si recava quotidianamente per imparare il lavoro, mentre altre vaganti per strada e pericolanti erano accolte durante il giorno.

Tutto questo attirò l’attenzione di Giuseppe Bianchi, detto Gallo, forse egli stesso un orfano, che aveva fatto fortuna e aveva raggiunto una posizione economica di grande agiatezza.

Volendo promuovere un tale nascente Pio stabilimento, con il testamento del 2 marzo 1836, lo stesso Bianchi decise di lasciare a detta Società di donne e zitelle che per tempo convivono insieme, …  il caseggiato ed annessa vigna … posti in questo borgo di San Martino …. che si vede marcata in color rosso.., tutte le case ed annessi giardini e botteghe che ho in questo Borgo, escluso quanto delineato in color nero  ….

Il vescovo, Carlo Romanò, visitò la piccola comunità nei primi mesi del 1837. Apprezzandone il lavoro, espresse il desiderio che questa primitiva unione potesse in seguito acquisire una solidità e  una forma di Istituto come quello delle Orsoline, o delle Canosse.

Nella sua lettera del 2 marzo 1837 chiedeva alla Delegazione Provinciale di Como il riconoscimento governativo dell’Unione delle Donne e Zitelle del borgo di S. Vitale e l’approvazione del lascito di Giuseppe Bianchi a loro favore.

L’auspicio era quello di promuovere un’opera accolta con piacere dagli abitanti del sobborgo di San Vitale; perocché credettero che sorgendo una casa di convitto femminile in mezzo ad essi, avrebbe procurato il comodo di far assistere le loro figlie, di procurare qualche femminile lavorerio alle medesime.

Nel 1838, quando la vedova Bianchi cedette il godimento di parte della proprietà, la piccola comunità si trasferì a San Martino, dove iniziò a collaborare più strettamente con il parroco di Sant’Agata don Francesco Comitti.

La casa era allora costituita da due piani e otto stanze, quattro per piano, ma da subito cominciarono a ristrutturare il fabbricato perché dormitori, aule di studio e di lavoro non bastavano più per l’aumento del numero delle giovani ospiti.

Francesca e Maria, però, miravano a realizzare un progetto ben più prezioso: costruire insieme la Casa del Signore, una dimora edificata sulla carità fraterna. Nel vicendevole aiuto spirituale e corporale iniziarono a vivere come vere sorelle e impararono ad essere madri premurose per le giovani accolte a San Martino.

Dalla lettura del Libro Mastro è possibile recuperare la quotidianità della vita povera e laboriosa di san Martino.

In casa non c’era abbondanza di nulla, i pasti erano estremamente frugali: mezz'uovo per persona era a volte l'unica aggiunta alla razione quotidiana di pane.

Le sorelle si dedicavano anche alla coltivazione del loro piccolo orto, considerato come la "terra promessa" della Casa, perché la parte migliore del raccolto era venduto al mercato della città per ottenere qualche guadagno., …

Le energie migliori erano, però, rivolte alle ragazze: Maria, maestra di scuola, attendeva in particolare all’insegnamento, mentre Francesca, che era maestra di lavoro, addestrava le ragazze nei lavori femminili e le seguiva nella produzione della seta, dal bozzolo fino alla tessitura.

Francesca e Maria desideravamo darsi una “Regola di vita monastica”, ma non così le altre aggregate che nel 1841 lasciarono la comunità. Con loro rimasero solo Maria Noseda e Giuseppa Bernasconi.

Per la situazione di incertezza creatasi si pensò di unire il piccolo gruppo alle Figlie del Sacro Cuore di Teresa Verzeri.

Teresa accolse benevolmente il progetto, come cosa ferma e cara in cuore e per circa 3 anni permise a due sue compagne di vivere a San Martino.

Le cose, però, andarono per le lunghe a causa di alcune clausole che gravavano sul lascito. Nel maggio del ’43, Teresa Verzeri confermava a Monsignor Romanò la volontà di ammettere nella società le quattro legatarie e petizionanti Francesca Butti, Maria Rossi, Maria Noseda e Giuseppa Bernasconi, ma la situazione rimase incerta.

Nell’agosto 1845 Francesca Butti si rivolse alla Verzeri con un ultimo accorato appello al fin di supplicare la di lei bontà a far che possiamo divenire sue figlie…  Francesca in calce alla firma annoterà la dicitura a nome di tutte, segno evidente di un desiderio condiviso.

Teresa Verzeri, pur convinta che San Martino fosse conforme alle tendenze dell’Istituto, valutò incombinabili le proposizioni a cui era condizionato; per cui, sebbene con dispiacere, rifiutò definitivamente il progetto d’unione.

Qualche mese prima se ne era andata anche Giuseppa Bernasconi ..

Senza perdersi d’animo, Francesca, Maria e Maria Noseda continuarono ad occuparsi con grande dedizione delle ragazze loro affidate.

Per dare un nome e un volto alle numerose fanciulle accolte nella Pia Casa, in questi primi anni, occorre entrare in tante storie personali delle quali sono rimaste rarissime e vaghe tracce nei documenti d’archivio.

Ritroviamo così la storia di Teresa Ceppi, un’adolescente di 13 anni in “stringente bisogno di anima e di corpo” per la situazione di miseria in cui era stata ridotta dal ricovero forzato della madre sifilitica Angela Ceppi. L’auspicio del parroco di Teresa era quello di vederla ricoverata al più presto nello Stabilimento di S. Martino, unico luogo atto per la salute spirituale e temporale della medesima”.

La stessa sorte fu invocata, da diverse pie persone di questa Città, per Rosalinda Testoni, una giovane vincolata alla visita settimanale ed alle diffide come prostituta. Il ricovero a San Martino pareva essere l’unica possibilità per allontanarla  dal sentiero del malcostume.

Le sorelle vivevano questo impegno educativo come una vera missione affidata da Gesù. Era lui che ad ogni nuovo ingresso ripeteva nel loro cuore: Accipe..,  Prendi questo fanciulla, allevala per me e te ne darò la mercede…  Le cure che loro presterete, le terrò come prestate a me, e saprò ben io compensare le vostre fatiche e le vostre pene.

Nel 1849 introdussero anche il lavoro di ricamo in oro e seta, specialmente per arredi di chiesa, per  supplire  alla crisi serica ed assicurare la sussistenza  della casa.

Le sorelle, come api industriose, si applicarono con passione a tale lavoro. Diversi riconoscimenti e onorificenze pubbliche testimoniano la bellezza dei lavori realizzati a San Martino che arricchirono le sacrestie di tante chiese dei dintorni.

A questa nuova attività furono impiegate anche le giovani ospiti: l’apprendimento di un mestiere sicuro, insieme alle cure delle maestre, era la principale terapia utilizzata a S. Martino per far uscire le ragazze dallo squallore in cui erano cadute. L’acquisizione di una competenza professionale, infatti, garantiva il futuro della ragazza in vista di una sua completa autonomia. 

Tra il  1855 e il 1858, il vecchio locale del torchio a San Martino fu trasformato in un Oratorio che, il 3 Maggio 1858, fu benedetta da don Comitti, parroco di Sant’Agata.

Nella cappella fu posto come pala d’altare, il quadro della Presentazione di Maria SS. al Tempio. Il dipinto, copia dell’omonima opera di Giovan Francesco Romanelli (1610-1662), era stato donato alle sorelle dai Conti Giovio di Como. 

Il nuovo Oratorio fu dedicato al mistero della Presentazione e a lungo andare si iniziò a parlare anche di Istituto della Presentazione di San Martino.

1874 … non sappiamo esattamente in quale mese le Regole per le Sorelle Associate nell’Istituto Femminile  della Presentazione furono presentate in Diocesi per il riconoscimento ufficiale.

Con certezza sappiamo che furono approvate dal vescovo Carsana il 1 novembre 1874, giorno in cui tutte le associate ricevettero il Crocifisso e fecero la loro solenne Professione.

Il testo delle Regole fu desunto dalle Prime Costituzioni, un prezioso manoscritto redatto negli anni precedenti da don Buzzetti, in collaborazione con le due Fondatrici. In esso è raccolta l’esperienza spirituale di Francesca e Maria e delle prime sorelle. E’ lo stesso Buzzetti che lo testimonia: io non farò che dir in più parole quello che credo, voi già fate.

Il sacerdote, negli anni trascorsi a San Martino, aveva compreso bene quali fossero i beni preziosi custoditi dalle Fondatrici: grande concordia tra le Sorelle e sempre maggior numero di anime da coltivare per la gloria di Dio e l’avvento del suo regno.

Le due Fondatrici non riuscirono ad essere presenti nel momento in cui la Chiesa consacrava, riconosceva, accoglieva nel suo seno l’opera a cui loro avevano dato inizio nel lontano 1833 e che avevano custodito e guidato per più di 40 anni. Arrivarono solo alla soglia di questo cammino: morirono nell’aprile del 1874 a quattro giorni di distanza l’una dell’altra.

Il vescovo, Pietro Carsana, visitò la piccola comunità di San Martino, nel giugno 1874, qualche mese prima dell’approvazione delle Regole.

Nel maggio 1874 Francesca Marchesoli fu prescelta come nuova guida della Casa.

Era arrivata a Como nel 1857 per sostituire una maestra ammalata. Aveva solo vent’anni, ma, a Milano dove abitava, era già state apprezzata come valida insegnante.

Solo successivamente decise di fermarsi in comunità perché comprese che a San Martino avrebbe potuto realizzare il suo desiderio di spendere la propria vita per il Signore come educatrice. 

Dal suo arrivo fino al 1874 Francesca era vissuta a fianco delle due Fondatrici e per questo poté divenire erede fedele del loro carisma.

Eletta Superiora, fu madre e modello per tutte le sorelle. Non parlava molto di perfezione, di santità, di eroismo; essa ne era l’esempio vivo, parlante.

La virtù che maggiormente brillava in Lei era l’umiltà. Parlava poco, osservava molto, pensava sempre bene di tutte e in molte occasioni chiedeva consiglio all’ultima delle Suore, lo apprezzava, lo eseguiva.

Nel 1880 fu don Buzzetti a presiedere la seconda elezione di Madre Marchesoli, che avvenne all’insegna dell’unanimità: dieci, infatti, furono i voti contati nel breve verbale. Il sacerdote accettò “con tutta la soddisfazione […] l’intelligente votazione.

Quale fisionomia andava assumendo in quegli anni l’Istituto Femminile della Presentazione di S. Martino?

La risposta all’interrogativo formulato si può desumere da un Questionario redatto probabilmente nel 1883 a seguito di un’inchiesta sulle varie forme di erogazione della Beneficenza nella provincia di Como.

In esso possiamo ritrovare alcune linee di continuità rispetto al passato e alcune novità che erano state introdotte dalle sorelle nel corso degli anni.

Come dall’inizio, era presente la scuola gratuita feriale e festiva per le ragazze più povere, il convitto per le fanciulle orfane della città, l’oratorio festivo per le giovani della parrocchia e l’insegnamento del ricamo in oro e seta.

Già dal 1860 si era aperto, però,  un convitto a pagamento per ragazze di famiglia modesta che era via via diventato la realtà più consistente.

L’Istituto ricevette una sicura impronta pedagogica grazie alla presenza di Madre Francesca Marchesoli.

Ella non amava correggere spesso ed esortava le sorelle a non essere facili a castigare … il più grave dei castighi doveva essere per le educande quello di vedere nelle maestre il dispiacere per le loro mancanze.

Per Lei non c’erano, od almeno non ci dovevano essere, scolare ignoranti; tutte dovevano riuscire; almeno discretamente! E per questo voleva che le Maestre nelle ore del pomeriggio si occupassero di quella che aveva particolar bisogno di aiuto.

 … 1886 .. a San Martino si avviò la costruzione dell’imponente facciata che diede alla Casa l’aspetto di grandioso palazzo. Soprattutto si aggiunsero ai vecchi ambienti vasti dormitori, classi ampie e ben esposte. Il nuovo fabbricato venne pronto l’anno successivo.

Le strette mura di San Martino sembravano però non bastare alle sorelle e in loro maturò il desiderio di aprire una nuova comunità. La scelta si realizzò in brevissimo tempo: per una serie di circostanze si decise per Cantù e il 6 novembre 1890 fu inaugurata ufficialmente la nuova comunità.

La casa sorgeva nella parrocchia di S. Paolo dove le nostre sorelle trovarono un campo assai vasto di apostolato: l’Oratorio numerosissimo, la Dottrina Cristiana nelle tre Parrocchie, oltre la Scuola con un minuscolo educandato, l’Asilo e la Scuola per le operaie nell’ora del mezzogiorno.

Avviata la nuova comunità si iniziò a lavorare anche per ottenere l’approvazione delle Regole da parte della Curia milanese. Si arrivò, inoltre, a maturare un desiderio ben più importante, quello di ottenere l’approvazione definitiva da parte della Santa Sede. Nel 1895, al fine di raggiungere questa meta, Madre Marchesoli si rivolse personalmente al Card. Ferrari, che già in diverse altre occasioni si era interessato con atteggiamento paterno agli affari della piccola comunità.

Nel 1893, don Callisto Grandi, nuovo parroco di Sant’Agata, decise di costruire un pensionato per accogliere le Allieve Maestre e le Signorine che venivano in città per imparare una professione, togliendole così ai pericoli che potevano incorrere ed incorrevano nelle «Pensioni» private. Il nuovo Istituto fu dedicato alla Sacra Famiglia.

Anche la piccola comunità di San Martino aveva contribuito all’impegno di spesa per la nuova struttura e fu per questo che nel settembre 1895, per volontà espressa del Cardinal Ferrari, la Casa fu ceduta alle Pie Signore della Presentazione.

Il 22 settembre 1895, suor Rosa Sterlocchi, suor Angela Macchi e suor Francesca Robbiani si stabilirono nella nuova Comunità.

Il pensionato sotto la direzione di suor Rosa divenne fiorente. Suor Angela si prese cura in particolare delle giovani dell’oratorio e suor Francesca si occupò della scuola che nello stesso anno fu aperta per le tre prime classi elementari per le figlie del popolo.

Quante attività, dunque, già fervevano in quel lontano 1895, quando l’Istituto Sacra Famiglia era la quarta parte di quello che oggi si vede!

 ….  molti lavori avrebbero successivamente cambiato il suo volto… 

Il 5 marzo 1895 il Cardinal Ferrari dava compimento ai pii desideri espressi dalle sorelle ed erigeva canonicamente la Società delle Figlie della Presentazione di Maria V. al Tempio, in Congregazione religiosa. Nel decreto di approvazione compare per la prima volta questo nome nuovo.

Dopo 60 anni trascorsi da quel lontano 7 aprile 1833, la piccola comunità nata in San Vitale trovava in questo riconoscimento e nel nuovo nome Figlie della Presentazione di Maria Vergine al Tempio una definitiva e precisa identità.

Lungo il cammino le Sorelle erano state riconosciute con nomi ed identità diverse: all’inizio furono Società di Donne e Zitelle, poi, Orfanotrofio di San Martino, Istituto delle Donne Zitelle di S. Martino, Luogo Pio di S. Agata, Casa di ricovero delle povere Figlie di S. Martino, Istituto di Carità Bianchi per le Zitelle pericolanti in S. Martino, Istituto di Carità Laicale, Stabilimento delle Figlie della Carità. Dal 1868 furono denominate Istituto Presentazione e dal 1890 anche Pie Signore.

Soltanto dopo diverse prove e tante vicende segnate dalla drammatica contraddittorietà dell’esperienza umana, le Sorelle ricevettero quella pietruzza bianca, sulla quale era scritto il loro nome nuovo che nessuno conosceva prima, ….. se non Colui che nel suo mistero d’Amore le aveva condotte ad unirsi, a rimanere unite e a dare vita ad una Famiglia Religiosa ancora oggi in cammino ….

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Carlo Romanò fu consacrato vescovo nel gennaio 1834. Ricoprì la carica di vescovo di Como per oltre un ventennio, periodo nel quale si trovò ad affrontare gli anni delle rivoluzioni. Nel 1855, decise di ritirarsi a Dongo, dove morì il 13 novembre.

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Il Mistero della Presentazione di Maria al Tempio non è narrato in nessun passo dei testi sacri, mentre viene proposto con abbondanza di particolari dai vangeli apocrifi, scritti antichi non considerati dalla Chiesa come ispirati da Dio e, quindi, non inseriti nel Canone Biblico.

La data della festività, il 21 novembre, deriva dallo stesso giorno di consacrazione della Basilica di Santa Maria Nova nella città di Gerusalemme, costruita da Giustiniano I per il vescovo Elia nel VI secolo.

In oriente si cominciò a celebrare la festa fin dal VI secolo.

In Occidente, la Francia fu la prima ad accoglierla, alla corte romana di Avignone, nel 1372. Paolo VI nella sua lettera Marialis Cultus mantenne nel Calendario Romano la celebrazione di questa memoria per i suoi contenuti di alto valore esemplare e per continuare la venerabile tradizione radicata soprattutto in Oriente. La celebrazione liturgica attuale dà risalto alla prima donazione totale che Maria fece di sé, divenendo modello di ogni anima che si consacra al Signore. (Mess. Rom.)

La Chiesa Ortodossa celebra questa festa come Ingresso della Madre di Dio al Tempio e l’ha inserita tra le dodici festività maggiori.

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Antonio Buzzetti nacque a Gallivaggio il 14 di settembre del 1826.

Il seminario diocesano di Como lo ebbe studioso discepolo, morigerato allievo, ed esemplare e caro a tutti, cosicché compiuti gli arringhi letterari e filosofici, fu prescelto dal superiore insieme col maggior fratello Lorenzo, a godersi un posto gratuito nel seminario teologico di Milano.

Dopo alcune esperienze pastorali, nel 1859 arrivò a Como, nella parrocchia di S. Agata dove rimase fino al 1885, prima come vicario e poi come parroco. In quegli anni don Buzzetti si prodigò con zelo amorevole e fraterno per la nostra Congregazione.

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